
Custode della spiritualità Yawanawá e musicista dei canti tradizionali di questo popolo.
Guardiano e musicista dello spazio sacro della cerimonia.
Mi chiamo Wasaru Keneya Yawanawá e sono custode dell’antica spiritualità ancestrale Yawanawá. Provengo dalla foresta di Mawa Yuxyn, lo spirito della montagna nella lingua Yawanawá, e insieme alla mia compagna Waxy Yawanawá portiamo i canti sacri tradizionali, immemorabili e antichi del nostro popolo.
“Yawanawá” significa “il popolo del cinghiale selvatico”. Si tratta di una comunità indigena di circa 1.500 persone, distribuite in nove villaggi lungo il fiume Gregório, nello stato di Acre, nel profondo dell’Amazzonia brasiliana. A differenza di altri gruppi amazzonici sparsi in territori diversi, gli Yawanawá vivono tutti nella stessa area e parlano la stessa lingua. Si definiscono “popolo del cinghiale selvatico” perché, come comunità, restano sempre uniti: sono un branco nella caccia e nella vita di ogni giorno.
La loro sussistenza continua a basarsi soprattutto su caccia e pesca. Nella stagione secca vengono organizzate spedizioni di pesca a cui partecipa quasi tutta la comunità, trasformandosi in veri momenti sociali, quasi “feste del cibo”, come le definiscono gli Yawanawá. Vengono utilizzati diversi veleni vegetali che, immessi nell’acqua, fanno salire i pesci in superficie e ne facilitano la cattura. Durante la stagione delle piogge, quando i grandi animali lasciano tracce ben visibili, la caccia diventa una delle principali fonti di alimentazione.
Secondo il Brazilian Socio-Environmental Institute, gli alimenti essenziali provenienti dagli orti sono manioca, mais e banana. Attraverso attività di agroforestazione vengono coltivati anche riso, patata dolce, papaya, ananas e canna da zucchero.
L’organizzazione sociale si fonda sulla residenza matrilocale, una struttura familiare forte che tiene insieme l’economia dei villaggi e sostiene socialmente tutti i membri. Le abitazioni tradizionali sono circolari, costruite in legno e paglia, senza separazioni interne, con il fuoco collocato al centro.
Il primo contatto con la società occidentale risale al XVI secolo, sotto la guida dell’antenato Antonio Luís Pekuti. Fu un periodo segnato da atrocità contro il loro popolo, compresa la schiavitù imposta dai baroni della gomma.
I contatti regolari con altri brasiliani arrivarono solo due generazioni fa, quando i coltivatori di gomma si spinsero verso nord alla ricerca di terra e lavoro gratuito. Per secoli sopravvissero lavorando nelle piantagioni. Quando il prezzo della gomma crollò a metà del XX secolo, iniziarono a commercializzare l’urucum, un frutto spinoso dai semi che producono una tintura rossa usata in rossetti, ombretti e bronzer.
Negli anni ’80 il cacique Biraci Nixiwaka Brazil guidò il popolo nella lotta per il riconoscimento dei territori nativi, e gli Yawanawá divennero il primo popolo indigeno a ottenere i diritti ufficiali sulle proprie terre nello stato di Acre.
Nel 2006 furono inoltre il primo gruppo tribale a consacrare una sciamana donna, Hushahu Yawanawá. L’autorizzazione arrivò dal loro leader Raimundo Luiz (Tuíkuru), con il sostegno del leggendario anziano pajé Tatá Yawanawá.
Oggi l’aspetto più conosciuto dello sciamanesimo Yawanawá è la guarigione, ma in passato le funzioni del pajé erano più ampie e riguardavano anche guerra e caccia. I rituali tradizionali di cura comprendono l’uni, la loro bevanda più sacra, nota come Ayahuasca, e il rumê (Rapé), uso tradizionale del tabacco mescolato con ceneri della corteccia dell’albero Tsunu.
Tra le altre medicine rilevanti vi sono kapum (kambó), condiviso in rituali e cerimonie di purificazione spirituale, rigenerazione, pulizia del corpo e guarigione; Sananga, ricavata dalla corteccia della radice del genere Tabernaemontana e usata per aprire il terzo occhio e la visione interiore, illuminando i modelli del subconscio; e Sepá, un incenso ottenuto dalla linfa di un albero, impiegato per proteggere e purificare lo spazio dalle energie negative, soprattutto durante le cerimonie.
Tra gli elementi più affascinanti della loro arte spicca la varietà dei disegni pittorici corporei, o kênes, ampiamente utilizzati durante il festival Mariri. I pigmenti più comuni sono l’urucum, rosso, e il genipapo, che produce un colore blu scuro o nero. Entrambi derivano da semi protettivi e vengono talvolta uniti a una resina profumata per fissare meglio i colori sulla pelle.
Gli Yawanawá sono maestri nelle arti e nei mestieri, nel canto e nell’arte musicale, con la capacità di tradurre le storie tradizionali in una lettura contemporanea. I loro canti raccontano il legame con la terra, la venerazione per gli spiriti e la resilienza delle comunità indigene di fronte alle sfide del presente. La loro musica unisce solitamente voce, chitarre e tamburi.