
Mistica. Umile camminatrice del sentiero spirituale. Discepola fedele. Artigiana Yawanawá.
Custode e musicista dello spazio sacro delle cerimonie.
Mi chiamo Hukē Netē Yawanawá. Sono la figlia maggiore del grande leader spirituale, pajé (sciamano) Waxy Yawanawá. Sono anche madre di un meraviglioso bambino, Mawaisā, la gioia della nostra casa. Prima ancora di saper camminare, batteva già il tamburo, portando nel sangue l’antichissima discendenza del nostro popolo.
Mi considero una persona molto privilegiata, perché amo ciò che faccio. Sono un’artigiana guidata dalla forza della medicina sacra “uni”: dipingo abiti, realizzo kuripes, tepis e altri manufatti che esprimono tutta la spiritualità del nostro popolo attraverso l’arte Yawanawá.
Il mio cammino spirituale è iniziato da bambina. Osservavo sempre mia madre, che mi ha insegnato e continua a insegnarmi. Sono profondamente grata di averla come guida e come madre. La prima volta che ho assunto la medicina sacra “uni” avevo dodici anni, e fu una mia scelta. Sentivo che quello era il modo per avvicinarmi ai nostri antenati, camminare accanto a mia madre e, come lei ha fatto con me, trasmettere questo insegnamento ai miei figli, lasciando un’eredità di grande ricchezza spirituale.
Nel mio percorso ho completato diverse diete, come Nanã, Mamã, Xanã, Kulina per la voce, Marubú e Kawanawá. Studio e utilizzo anche le medicine sacre uni (Ayahuasca), rumê (Rapé), kapum (Kambó) e Sananga.
Aiuto mia madre a gestire il Centro Mawa Yuxin e canto le preghiere durante le cerimonie. Sono un’apprendista sciamana e, con grande umiltà, sono custode delle cerimonie di mia madre, che continua a ispirarmi ogni giorno. Desidero apprendere ciò che lei sa e imparare a essere come lei. Mi ispira ancora profondamente mio zio pajé Tatá Yawanawá, nella sua umiltà: voleva soltanto essere un “annusatore di tabacco”, niente di più.
“Yawanawá” significa “popolo del cinghiale selvatico”. Si tratta di una comunità indigena di circa 1.500 persone che vive in nove villaggi lungo il fiume Gregório, nello stato di Acre, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana. A differenza di altri gruppi amazzonici dispersi in territori diversi, gli Yawanawá sono unici perché abitano tutti la stessa terra e parlano la stessa lingua. Si definiscono “popolo del cinghiale selvatico” perché, come comunità, restano sempre uniti: sono un branco nella caccia e nella vita di ogni giorno.
Il loro sostentamento si basa ancora soprattutto su caccia e pesca. Nella stagione secca vengono organizzate spedizioni di pesca a cui partecipa quasi tutta la comunità, trasformandosi in importanti momenti sociali, veri e propri “festival del cibo”, come li definiscono gli Yawanawá. Utilizzano diversi veleni vegetali che, immessi nell’acqua, fanno risalire i pesci in superficie, rendendone più facile la cattura. Nella stagione delle piogge, quando i grandi animali lasciano tracce ben visibili, la caccia diventa una delle principali fonti di alimentazione.
Secondo il Brazilian Socio-Environmental Institute, gli alimenti essenziali ottenuti dalle coltivazioni sono manioca, mais e banana. Vengono inoltre coltivati, attraverso pratiche di agroforestazione, riso, patata dolce, papaya, ananas e canna da zucchero.
La loro organizzazione sociale si fonda sulla residenza matrilocale, una struttura familiare forte che sostiene l’economia dei villaggi e il benessere sociale di tutti i membri. Le abitazioni tradizionali sono circolari, costruite in legno e paglia, senza separazioni interne, con il fuoco al centro.
Nel XVI secolo il primo contatto degli Yawanawá con la società occidentale avvenne sotto la guida dell’antenato Antonio Luís Pekuti. Fu un periodo segnato da atrocità contro il loro popolo, compresa la schiavitù imposta dai baroni della gomma.
I contatti regolari con altri brasiliani arrivarono solo due generazioni fa, quando i raccoglitori di gomma si spinsero a nord in cerca di terra e manodopera gratuita. Sopravvissero per secoli lavorando nelle piantagioni. Quando il prezzo della gomma crollò a metà del XX secolo, iniziarono a commercializzare l’annatto, un frutto spinoso dai semi che producono una tintura rossa usata in rossetti, ombretti e terre abbronzanti.
Negli anni ’80 il cacique Biraci Nixiwaka Brazil guidò il suo popolo nella lotta per il riconoscimento dei territori nativi, e gli Yawanawá divennero il primo popolo indigeno a ottenere i diritti ufficiali sulle proprie terre nello stato di Acre.
Nel 2006 furono il primo popolo a consacrare una sciamana donna, Hushahu Yawanawá. Il loro leader, Raimundo Luiz (Tuíkuru), autorizzò questa scelta, sostenuta dal leggendario pajé anziano Tatá Yawanawá.
Oggi l’aspetto più conosciuto dello sciamanesimo Yawanawá è la guarigione, ma in passato le funzioni del pajé erano più ampie e toccavano anche guerra e caccia. I rituali di guarigione tradizionali includono l’“uni”, la loro bevanda più sacra, conosciuta più comunemente come Ayahuasca, e il “rumê” (Rapé), modo tradizionale di utilizzare il tabacco mescolato alle ceneri della corteccia dell’albero Tsunu.
Tra le altre medicine rilevanti vi sono il kapum (kambó), condiviso in rituali e cerimonie di purificazione spirituale, rigenerazione, pulizia del corpo e guarigione; la Sananga, ricavata dalla corteccia della radice del genere Tabernaemontana e usata per aprire il terzo occhio e la visione interiore, illuminando i modelli del subconscio; e la Sepá, un incenso ottenuto dalla linfa di un albero, impiegato per proteggere e purificare lo spazio dalle energie negative, soprattutto durante le cerimonie.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’arte Yawanawá è la varietà dei disegni corporei, o kênes, ampiamente utilizzati durante il festival Mariri. I coloranti più comuni sono l’urucum (annatto), pigmento rosso ricavato dai semi della pianta Bixa orellana, e il genipapo, che produce un pigmento blu scuro o nero. Entrambi derivano da semi protettivi e talvolta vengono combinati con una resina profumata per fissare i colori sulla pelle.
Gli Yawanawá sono specialisti nelle arti e nei mestieri, nel canto e nell’arte musicale, traducendo le storie tradizionali in una lettura moderna. I loro canti raccontano il legame con la terra, la venerazione degli spiriti e la resilienza delle comunità indigene di fronte alle sfide contemporanee. La loro musica è generalmente composta da voce, chitarre e tamburi.